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Date of publication: 11/06/2008
Shelter sostenibili
In un’area profondamente segnata da frammentazione, distruzione e discontinuità, uno stile di vita vecchio 4000 anni potrebbe fornire dei sistemi per ri-colonizzare l’area. Una tradizione da salvare.
Dopo il violento sisma del 1980, il piano nazionale per costruire “20.000 nuovi lotti” cercò di rifare e completare i vecchi insediamenti nell’area. Gianfranco Caniggia (Università di Roma) ha fornito la corretta analisi culturale per farlo. Non era stato previsto che le ultime aree libere attorno al centro storico di San Giovanni, Barra e Ponticelli sarebbero state riempite con espansioni assai poveramente progettate. Molta della nuova edilizia era stata costruita con tecniche costruttive pesantemente prefabbricate (i già obsoleti, ai tempi, “Tunnel Francesi”), il cui uso fu giustificato per “emergenza”. Mentre i 20.000 nuovi lotti erano edificati, molte persone ai tempi vivevano nella “città container” e nei “lotti temporanei”. Molti di questi rifugi temporanei erano stati isolati con amianto e alcuni di essi ancora resistono in quest’area – si pensi ai cosiddetti bipiani – ora abitati illegalmente da immigrati senza permesso di soggiorno. Tuttavia, in questo paesaggio ferito, è rintracciabile anche una continuità. Infatti, una tipologia di casa vecchia millenni è sopravvissuta alle epoche ed è ancora una ispirazione per nuovi modelli abitativi.
L’allora ubiquo “5X5 domus / camera vernacolare” che come unità abitativa è stata sviluppata in oltre 4000 anni di continui settlement in quest’area, potrebbe essere assunto come modello base di un più cosciente, sostenibile modo per abitare queste aree dimesse dalle attività industriali in una scala più a misura d’uomo. La stanza prende la sua origine in villaggi preistorici, nella già menzionata domus romana e nel megaron greco. Sia in Ponticelli che in Barra questa matrice di insediamento umano si riconosce facilmente. La giustapposizione organica di questi cubi lungo i lati dell’atrium, creò, nel corso dei secoli, un’abitazione più complessa e un tessuto urbano, come quelli che possiamo ancora ammirare, congelati, nel loro sviluppo del primo secolo A.C., a Pompei ed Ercolano. Costruiti contro il suolo, dove possibile, e fuori dalla pietre come una struttura continua, l’unità abitativa è coperta con una pietra estratta oppure con un tetto di legno, ed il principale piano d’abitazione e la galleria (ballatoio) vengono raggiunti grazie ad una scala ad arcata aperta che si giustappone alle facciate a cui provvede anche ombra in estate. Il serbatoio d’acqua sotterraneo, che viene costruito per raccogliere l’acqua piovana che viene dalle volte o dal legno del tetto, fornisce anche un’area piana su un terreno irregolare e certo anche una riserva d’acqua nella lunga stagione secca. Le mura spesse e le aperture delle stanze, sempre rivolte a sud anche nel tessuto urbano del villaggio e della città, avrebbero fornito (e anche oggi lo fanno) il perfetto controllo ambientale, la protezione contro la luce, il calore e il rumore oltre alla naturale ventilazione; in altre parole: benessere e sostenibilità. Molti di questi “cubi”, che puntellano l’area attorno agli insediamenti più densi, restano abbandonati e negletti, perché ricordano ai loro precedenti abitanti l’origine rurale dell’area, oppure giacciono circondati da parcheggi, viadotti autostradali, ex aree industriali e capannoni ancora in uso. Allo stesso tempo, abitanti da ovunque si annidano in prefabbricati di cemento, che sarebbero dovuti essere già distrutti.
Fabrizio Tramontano
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